Il risultato come unica misura delle nostre azioni

Siamo abituati a celebrare i successi, ma che cosa accade quando l'impegno non porta al risultato voluto? Una riflessione sulla necessità di riconoscere valore alle azioni indipendentemente dall'esito finale.

Questa mattina, ascoltando una meditazione guidata, mi sono imbattuto in una riflessione interessante.

La meditazione seguiva uno schema semplice: prima chiedeva di richiamare alla mente un successo ottenuto di recente, qualcosa che siamo riusciti a realizzare nell'anno da poco terminato, e di soffermarsi ad apprezzare tutto ciò che abbiamo fatto per raggiungerlo. L'impegno, gli sforzi, l'applicazione quotidiana, le azioni che — messe in fila una dopo l'altra — hanno trasformato un desiderio in qualcosa di concreto.

Ho pensato immediatamente alla casa in cui vivo oggi: un cambiamento importante per me e per la mia famiglia che ha richiesto anni di lavoro, decisioni difficili, ha incontrato diversi ostacoli e si è fermato più volte, ha richiesto una quantità di energia che ancora oggi forse non è del tutto ripristinata. Ma ce l'abbiamo fatta. E quando la voce guida mi ha chiesto di apprezzare lo sforzo compiuto, l'ho fatto con naturalezza. Mi sono detto: bravo. Ho fatto mentalmente i complimenti alle altre persone che a loro volta ci hanno dedicato tempo ed energie, e le ho ringraziate.

Poi è arrivata la seconda parte dell'esercizio.

Veniva chiesto di pensare a qualcosa che invece non siamo riusciti a realizzare. Un obiettivo mancato, un progetto rimasto incompiuto, un risultato che — nonostante tutto — non è ancora arrivato.

Ho pensato a un altro progetto dello scorso anno, uno su cui avevo investito parecchio e che invece ho fallito, quasi del tutto. Ci avevo lavorato con costanza, seguendo le strategie collaudate nel tempo e delle quali mi fido, avevo fatto tentativi variegati e cercato strade diverse. Nulla, obiettivo fallito.

E poi è arrivata la domanda. Quella che mi ha obbligato a fermarmi e a pensare.

"Riesci ad apprezzare quello che hai fatto per ciò che non sei riuscito ancora a realizzare?"

Mi sono accorto subito che la risposta era evidente: no. Non ci riesco. Non lo faccio.

Non penso a tutto l'impegno che ho messo in quell'obiettivo mancato. Non mi dico bravo per l'energia spesa, per i tentativi fatti, per la costanza con cui ci ho provato. È come se tutto quello sforzo, non avendo prodotto il risultato atteso, fosse improvvisamente privo di significato. Come se non avessi fatto abbastanza. Come se, in fondo, non avessi fatto niente.

Eppure so — razionalmente — che non è così.

Le azioni che ho compiuto per quell'obiettivo non realizzato hanno richiesto lo stesso impegno, la stessa dedizione, la stessa energia di quelle che mi hanno portato al successo un altro obiettivo.

La differenza non sta in quanto ho fatto, ma in come è andata a finire. E io, senza rendermene conto, stavo dando valore alle mie azioni solo in funzione del risultato.

Se funziona, bravo. Se non funziona, allora non conta.

Riflettendoci, mi sono reso conto che questo schema mentale è profondamente radicato in me. E sospetto lo sia anche in molti altri.

Siamo educati, allenati e abituati a celebrare i risultati, ma non le azioni. I traguardi raggiunti, gli obiettivi centrati, i successi documentati. Tutto ciò che sta prima — il percorso, la fatica, i tentativi — viene considerato solo se porta a qualcosa di visibile. Altrimenti scompare, come se non fosse mai esistito.

Ma la verità è che l'impegno ha valore in sé, indipendentemente dall'esito.

Ho ragionato sul fatto che il valore di un'azione non può essere determinato solo da ciò che produce. È ingiusto. Altrimenti finiamo per sminuire interi pezzi della nostra vita, cancellandoli dal nostro racconto personale solo perché non hanno portato dove speravamo.

E questo, se ci pensi, è scorretto. Verso noi stessi, prima di tutto.

C'è poi un altro aspetto che quella meditazione mi ha aiutato a mettere a fuoco, e ha a che fare con qualcosa di cui ho scritto spesso: il controllo.

Non tutto ciò che accade dipende da noi. E se lego il mio senso di valore esclusivamente ai risultati, mi condanno a dipendere da fattori che non controllo. Se le cose non vanno come vorrei, invece di guardare con rispetto a tutto ciò che ho fatto, mi ritrovo a pensare di non aver fatto abbastanza. Di non essere stato abbastanza.

È una trappola.

Non ho una soluzione definitiva da offrirti, perché sto ancora elaborando questa riflessione io stesso. Ma credo che il primo passo sia proprio questo: rendersi conto dello schema.

Notare quando accade. Osservare quel momento in cui, di fronte a un obiettivo mancato, liquidiamo tutto lo sforzo fatto come se non valesse nulla.

E subito dopo, provare a cambiare prospettiva.

Guardare indietro e riconoscere: ho fatto quello che potevo fare. Ho riversato impegno. Ho provato. E questo, in sé, ha valore. Non può non contare niente.

Il risultato non è l'unica misura delle nostre azioni. Non può esserlo, perché se permettiamo che lo sia, finiamo per costruire un'immagine di noi stessi basata solo su ciò che è andato bene — ignorando tutto il resto, che spesso è la parte più grande e più vera del nostro percorso e anche, quasi come in un paradosso, dei nostri successi.